Fare il giornalista, lezioni di giornalismo al Liceo Giovio.

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Alle ore nove di questa mattina, al liceo, si è tenuta la prima di tre lezioni dalla durata di due ore sul giornalismo indirizzata alle classi seconde.

A parlare è il giornalista della Provincia di Como, il sig. Michele Sada, che si occupa per il quotidiano comasco di cronaca bianca, ovvero tutto ciò che riguarda la cronaca delle organizzazioni pubbliche.

In questa prime ore, ci spiega quali sono i fatti che principalmente appaiono sulle riviste, le loro caratteristiche, qual è il compito di un giornalista, le regole che deve seguire per scrivere un buon articolo e ci spiega inoltre come si lavora in una redazione di una testata importante.

Principalmente, dice sempre Sada, i fatti che appaiono sulle riviste, quotidiani e blog che tutti i giorni possiamo leggere, hanno e devono avere delle caratteristiche ben precise per attirare il lettore:

  • Devono essere fatti recenti e ben curati nei dettagli;
  • Devono essere fatti accaduti in una zona vicina a chi leggerà l’articolo;
  • I protagonisti dei fatti devono essere noti, l’articolo sul mio vicino di casa sarà meno letto rispetto a quello che parla dell’assessore comunale;
  • Il fatto di cui si parla deve generare dibattito;
  • L’articolo deve avere un’utilità di servizio, ovvero parlare di scioperi, ad esempio, o dell’incidente che qualche ora prima ha bloccato l’autostrada.

Riguardo ai giornali, Sada ci dice che quest’ultimi devono contenere fatti e argomenti interessanti per il lettore ma allo stesso tempo devono essere scritti su vari temi di interesse generale. Bisogna inoltre riuscire a bilanciare gli articoli di cronaca più pesanti a quelli più leggeri.

Compito del giornalista è quello di trovare notizie nella vita di tutti i giorni, camminando per le strade tenendo gli occhi aperti. Per scrivere correttamente un articolo, il giornalista si serve di fonti, ottenute interrogando più persone. Un giornalista lavora a qualsiasi ora della giornata (pur prediligendo le ore notturne o serali). Questo lavoro, spesso è un lavoro di squadra, quando il giornalista interroga delle fonti, deve avere nei loro confronti fiducia, e le stesse fonti devono avere fiducia, poiché quello del giornalista è un altro lavoro caratterizzato dal segreto professionale.

Le fonti, possono essere principalmente di due tipi:

  • Fonti primarie: fonti verificate al 99.9%;
  • Fonti secondarie: fonti che, pur essendo vere, spesso vanno verificate.

Fare il giornalista, non è un lavoro semplice, è un lavoro che permette di relazionarsi molto con il pubblico, ma prima di diventare giornalisti giramondo, bisogna avere i propri anni di esperienza e fare una gavetta molto lunga: bisogna accettare qualsiasi tipo di incarico in qualsiasi città e spesso senza essere retribuiti , ma una volta fatte le proprie esperienze diventare giornalista è abbastanza semplice. Esistono due tipi di giornalisti: i giornalisti pubblicisti, e quelli professionisti: per diventare giornalista professionista (ovvero essere iscritti all’albo dei giornalisti e avere contratti a tempo indeterminato) vi sono tre modi: si frequenta la scuola di giornalismo, ci si fa assumere come praticanti per due anni in una redazione, terminati i quali bisogna sostenere l’esame di stato a Roma, si diventa praticanti d’ufficio. Tra queste, la prima è sicuramente quella più accessibile, visto che quasi tutte le redazioni ai giorni d’oggi non assumono praticanti.

Il giornalista che scrive l’articolo segue delle regole fondamentali nella riuscita di quest’ultimo:

  • Deve sapere cosa pubblicare tra tutte le fonti raccolte, ovvero fare una selezione di quelle più importanti e veritiere. Spesso il giornalista ha un numero preciso di battute da scrivere, non di più e non di meno;
  • Deve avere delle notizie “jolly” da pubblicare in caso di mancanza di notizie, o di errori di organizzazione;
  • Scrivere ed utilizzare dettagli verificati al 101%, in caso contrario, non pubblicarli.
  • Non scrivere della vita privata del protagonista del fatto;
  • Scrivere articoli di utilità sociale
  • Non calpestare la dignità del protagonista e delle persone coinvolte nel fatto (bisogna scrivere sempre come se si trattasse del proprio genitore)

Il lavoro in redazione: (fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Redazione)

Alle 11 (o al più tardi alle 12) il direttore responsabile convoca l’ufficio centrale (guidato dal caporedattore) e i capi di tutti i servizi. Scopo della riunione è analizzare il giornale uscito in mattinata per confrontarlo con i giornali della concorrenza. Successivamente si individuano i temi del giorno, tracciando una prima scaletta delle notizie più importanti. Si realizza il «timone», un abbozzo schematico in griglia dei contenuti del giornale.[1] Esso viene preparato dai redattori e viene sempre aggiornato fino alla chiusura dell’edizione, per inserire le notizie che arrivano durante la giornata.

Il secondo appuntamento fisso della redazione si tiene nel primo pomeriggio (generalmente poco dopo le 15). Il caporedattore riunisce i capiservizio e, con essi, decide come impaginare gli argomenti del giorno. Avviene una prima stesura del menabò. La decisione più importante da prendere è tra cosa collocare in primo piano (le prime pagine del giornale) e quali eventi lasciare nelle singole sezioni. A conclusione dell’analisi, il caporedattore distribuisce il lavoro a ciascun caposervizio.

Successivamente ogni redazione lavora autonomamente, realizzando articoli, grafici, titoli e apponendo le necessarie fotografie. I tempi effettivi di fattura di un quotidiano sono circa sei ore, dalle 17 alle 23.

Mentre le redazioni sono al lavoro, il vertice (direttore, vicedirettore e ufficio centrale) si riunisce una seconda volta, alla fine del pomeriggio (tra le 18,30 e le 20). Scopo dell’incontro è definire la prima pagina: gerarchia delle notizie e titoli.

Entro le 23 ogni redazione ha già finito le pagine ed ha inviato il lavoro all’ufficio centrale per un ultimo controllo. Ottenuto l’ok, le redazioni trasmettono via computer le pagine in tipografia. Lo stesso fa l’ufficio centrale con la prima pagina (qui il nulla osta viene dato dal direttore). La tipografia, effettuato un rapido controllo di congruità tecnica, invia il giornale al centro stampa. Entro le 24 il giornale è pronto per andare in macchina.

A venerdì per la seconda parte!

Alessia Leone

Alba (OS)

Mi trovo qui, a fissare il soffitto bianco sopra di me. La stanza porta ancora i segni di quello che abbiamo fatto poche ore fa: i vestiti sparsi per terra, le tende socchiuse, e lui accanto a me che dorme come un angelo. 
Le prime luci entrano dalla finestra, ma dovrà passare ancora qualche ora prima dell’alba. Io sono sveglia, la testa che fa male, i pensieri che ribollono dentro ad essa.
Allungo la mano sul comodino, afferro il mio telefono. Ore 4.30, controllo velocemente il mio profilo. Pochi secondi dopo ricevo un suo messaggio:
 
“Vuoi vedere una bella cosa, dolcezza?” 
 
Rispondo di si, non è la prima volta che mi trova sveglia. 
 
“Alla spiaggia, prendi qualcosa per coprirti… Ti farò vedere una cosa fantastica.” Recita il secondo messaggio.
 
Silenziosamente, osservo l’uomo di fianco a me che dorme, e mi alzo dal letto, raccogliendo le mie cose. Dopo essermi vestita, raccolgo e sistemo i suoi vestiti sulla sedia accanto al letto. Lascio un piccolo messaggio accanto al suo telefono, ed esco senza scarpe, per evitare di svegliarlo. 
In pochi minuti sono nella hall dell’hotel, e uscendo, percorro quella strada che mi porta alla spiaggia. Le vie sono vuote. Più che normale, sono io l’unica a svegliarsi così presto. Arrivo alla spiaggia, e seduto a un tavolino, con una sigaretta tra le dita e il telefono in mano trovo lui. Il migliore amico, quello che c’è sempre nei momenti di bisogno. 
 
“Ben svegliata dolcezza, come stai?”
“Confusa, dolorante… Sai… com’è..”
“Immagino.. Sigaretta?” Chiede porgendo  il pacchetto.
“Mi conosci troppo bene” rispondo prendendo l’accendino sul tavolo e accendendola. Ho smesso di fumare da un po’, quasi 5 anni, ma una sigaretta ogni tanto non si rifiuta. Non hanno più lo stesso effetto su di me.
 Mi siedo con lui e chiacchieriamo un paio di minuti, giusto il tempo di terminarla. La spegniamo entrambi nel posacenere. 
“Cosa dovevi farmi vedere?” 
“Andiamo…” 
 
Il cielo comincia a farsi più chiaro.. Credo di aver capito cosa vuole farmi vedere. Siamo al mare, cosa può esserci di meglio dell’alba? E i miei sospetti sono fondati, mi invita a salire sul pedalò che si trova già a riva. Tolgo le scarpe e salgo, cercando goffamente di non cadere. Lui stende il telo dietro di noi, e cominciamo a pedalare. Pochi minuti dopo, siamo già lontani dalla costa. Sembra il paradiso. Intorno a noi c’è solo il suono delle onde contro il pedalò. L’aria è tiepida. In una mattina di luglio… Ci spostiamo più indietro, nessuno parla. Restiamo abbracciati con le coperte fino a che l’alba non è davanti ai nostri occhi. 
 
“Non è bellissimo?” Sussurra accanto alle mie orecchie.
“Già… Non ne avevo mai vista una così.. Mi ero accontentata di vederla dalla finestra” 
 
Restiamo abbracciati un bel po’, finché esclamo:
“È meglio che torni in albergo.. Non vorrei che pensasse male di me..”
“Già..”
 
Così ritorniamo velocemente a riva.
Arrivati al chiosco dove ci siamo incontrati lui esclama:
 
“Ci vediamo a colazione dolcezza”
“Dovremmo farlo più spesso, uscire fuori.. Senza i postumi della serata però.”
“Sarà fatto dolcezza. Quando vuoi”
 
È detto questo si avvicina a lasciarmi un dolce bacio sulle labbra. Rimango sorpresa ma avverto molteplici sensazioni di benessere nello stomaco, lo lascio continuare. 
 
“Ci vediamo” esclamo
 
È detto questo mi giro e ripercorro la mia strada fino in albergo. Nella hall trovo già qualche persona, ma senza farmi notare mi affretto all’ascensore e raggiungo il mio piano. Entro in camera silenziosamente e noto che lui dorme ancora; come quando l’ho lasciato. 
Non torno a letto, semplicemente mi siedo sulla terrazza, e osservando lontano, osservando l’alba, e ripenso all’accaduto, mi addormento con il sorriso sulle labbra.

Un piccolo racconto che scrissi qualche annetto fa. Fatti, personaggi e riferimenti sono puramente casuali.

Alessia Leone

La distruzione della figura del supereroe: “The Boys”

Dopo l’articolo su Zerocalcare, mi ritrovo a parlare ancora una volta di uno dei pilastri portanti della mia esistenza: i fumetti. L’opera di cui vi parlo oggi si intitola “The Boys”, saga ideata dall’irlandese Garth Ennis (già autore di “Preacher” e dei migliori cicli degli ultimi anni di “The Punisher”) e disegnata da Darick Robertson (“Wolverine”). L’irlandese, come suo solito, scrive dialoghi che vanno direttamente al sodo con un linguaggio molto schietto e ironico, mentre Robertson accontenterà tutti gli amanti delle scene gore e splatter facendo trasudare una gran quantità di violenza dalle tavole in cui i Boys entrano in azione. La serie ha preso il via nel 2006 e si è conclusa nel 2012, ma i numeri che la compongono sono facilmente reperibili, grazie alla ristampa in atto negli ultimi tempi. Veniamo alla trama dell’opera.

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Immaginate un mondo in cui esistono i supereroi. I supereroi, nell’immaginario comune, sono i paladini della giustizia: sempre pronti ad aiutare gli indifesi, ad accorrere ovunque ci sia bisogno di loro e delle loro capacità sovrumane. Bene, prendete tutti i valori positivi che da sempre caratterizzano la figura del supereroe e buttateli nel cesso.

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Ennis distrugge sistematicamente il supereroe, facendolo precipitare dal podio dove era stato innalzato. I supereroi in questo mondo non sono altro che bastardi viziati, approfittatori, corrotti ed egoisti che non operano mai a fin di bene, a meno che non si parli di guadagno per i suddetti.

Per tenere sotto controllo l’operato dei supereroi, la CIA ha a disposizione una squadra particolare: i Boys.

“Alcuni eroi in costume devono essere sorvegliati, altri controllati. Altri ancora devono essere fatti sparire. Ed è qui che entrano in azioni i Boys” 

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In primo piano (da sinistra a destra): Piccolo Hughie, la Femmina e il Francese; in secondo piano: Latte Materno e Billy Butcher

Ovviamente, cinque esseri umani normali non riuscirebbero mai a contrastare i poteri sovrumani dei supereroi. C’è bisogno di un aiuto. Entra in scena il “Composto V”, un composto chimico che aumenta forza, resistenza e fattore di guarigione di chi lo assume e che, se assunto in grandi quantità, permette la trasformazione in supereroe. Ecco un altro ribaltamento operato da Ennis: non solo la figura del supereroe è fatta a pezzi, ma anche il suo concepimento, che non è più causato da incidenti (come, ad esempio, per la “nascita” di Hulk e Devil).

Fattore particolarmente geniale è la visione fortemente pessimistica che l’autore imprime al fumetto: nella mentalità popolare, i supereroi sono i buoni, mentre in quest’opera a fumetti si trovano a ricoprire il ruolo di antagonisti; muove guerra contro di loro una squadra – i Boys – che non è esattamente formata da santi, anzi, si può definirla una squadra di antieroi. Ennis individua dunque un vero malvagio (il supereroe), ma nessun vero eroe che lo contrasti.

Vediamo la squadra nel dettaglio:

  • Billy Butcher: leader dei Boys e amico fraterno di Latte Materno. Odia i supereroi come nessun altro al mondo (non posso svelare la ragione di tanto odio; leggete il fumetto e saprete). E’ costantemente accompagnato da Terrore, il suo bulldog, a cui è profondamente legato.

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    Billy Butcher
  • Latte Materno: Butcher è il leader, ma senza L.M. la squadra sarebbe allo sfascio. L.M. si occupa di “far funzionare le cose all’interno della squadra”. Sua madre è stata esposta al Composto V, quindi alla sua nascita Latte Materno era già inconsapevolmente potenziato.
  • Il Francese: totalmente folle. Dotato di ottimo fiuto, anche meglio di Terrore quando si tratta di stanare i nemici. Si occupa di tenere sotto controllo la Femmina ed è l’unico che sa come relazionarcisi. La Femmina e il Francese sono la parte di “muscoli della squadra”.

    Il Francese (The Boys)
    Il Francese
  • La Femmina (della specie): non parla mai, ma il Francese sa sempre come comportarsi con lei. Oltre a stare nella squadra dei Boys, la Femmina lavora saltuariamente per varie associazioni criminali, a causa del suo irrefrenabile desiderio di perseguire il male. Si preoccupa della sua salute psichica il Francese, che arriva addirittura ad eliminare un’intera famiglia mafiosa per impedire che continuino ad usarla per impieghi loschi.
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La Femmina (della specie)
  • Piccolo Hughie: l’ultimo arrivato. Reclutato da Butcher dopo che la sua ragazza è stata uccisa in uno scontro fra supereroi. Perennemente scisso interiormente, non sarà mai definitivamente convinto che stare con i Boys sia la cosa giusta da fare per vendicare la sua defunta ragazza.

Consiglio la lettura a chi non ha mai aperto un fumetto Marvel o DC in vita sua (per avere una visione diversa del fantastico mondo supereroistico), ma soprattutto agli appassionati di fumetti che ritroveranno un’infinità di citazioni fumettistiche all’interno dell’opera.

Milo Balzaretti

La fortuna è un vento che soffia sempre verso direzioni diverse

Ero uscito di casa sbattendo forte la porta. Le avevo mentito un’altra volta e lei se n’era accorta. Non mi aveva cacciato, ero stato io a volermene andare, per farla riflettere un po’ da sola. Avevo passato quegli ultimi tre giorni dormendo in macchina, la sera mangiavo nei fast food e a mezzogiorno scatolette di tonno se avevo fame, se no saltavo la pausa pranzo e rimanevo a stomaco vuoto fino alle otto. Lavoravo male, ero distratto e il mio superiore aveva più volte minacciato di licenziarmi. La notte passavo ore o e ore a fissare la luna dall’interno della mia auto, senza riuscire davvero a prendere sonno. La sera del quarto giorno decisi di cambiare programmi, perché nel fast food in cui stavo andando vidi i miei genitori e, non volendo che mi vedessero in quello stato, feci inversione, imboccando la strada che usciva dal parcheggio. Mi tornò alla mente, dirigendomi poi verso il minimarket più vicino, quando quella sera di cinque anni fa tornai a casa e mia mamma mi disse: “Vieni subito qui che ti devo parlare! Non stai mai in casa, non ti riposi mai e dormi poco! Guarda che faccia c’hai!” “Cosa? Cos’ha la mia faccia che non va?” “Ma come non ti accorgi delle occhiaia che hai? Sei pallido e hai un livido sotto l’occhio… A proposito, come te lo sei fatto vorrei sapere”. Io mi fissai a lungo rendendomi sempre più conto che mia madre aveva ragione. E ora guardavo quella stessa faccia, rifessa nel finestrino di quella macchina che a quel tempo desideravo. Fermo, nel parcheggio del market.

Senza titolo-2Entrai e presi una bottiglia di San Miguel e due panini, poi uscii e mi sedetti su una panchina poco distante. Stavo addentando quello al prosciutto quando sentii una voce provenire dalla notte: “Sai cosa dicono in giro? Che la generosità è egoismo”. Mi girai di scatto spaventato, cercando di capire da dove provenisse quella strana voce. “Cosa ne pensi, amico?” udii ancora, mentre vidi che si stavano muovendo dei cartoni, nell’atrio del condominio che avevo alle mie spalle. Era un barbone che si era appena svegliato, aveva una cinquantina d’anni, magro, con i capelli marroni scombinati e la barba incolta. Colpì forte il cartone che aveva sopra di lui e che usava come coperta, scaraventandolo 2 metri più in là. Notai che aveva addosso una camicia di flanella nera e verde, stropicciata e sporca di terra e cenere. “Allora?” mi chiese di nuovo. “N-n-non lo so, può essere” balbettai. “Può essere? Può essere! Certo che può essere!”. Allora domandai incuriosito: “Cosa intendi di preciso?” “Intendo che se tu sei gentile con il prossimo, lo fai solo perché, se non lo facessi, staresti male con te stesso, lo fai per fare un favore a te.” “Mmmh forse hai ragione. Nessuno fa favori senza avere nulla in cambio” “Ma sai cosa ti dico? Sarebbe meglio per me se fosse davvero così ah ah ah!” e scoppiò in una calorosa risata. Dopo un rumoroso sospiro si alzò e, stirandosi le ossa, continuò: “Ma ora le persone hanno smesso persino di essere generose, il che vuol dire «doppio egoismo». Se ne stanno chiusi nel loro sicuro, accogliente e piccolo mondo di merda e quando incrociano il mio sguardo, girano la faccia, perché nel loro sicuro, accogliente e piccolo mondo di merda non c’è spazio per gente come me”. Restammo entrambi un attimo in silenzio, guardandoci attorno. Poi lui esplose in una seconda ristata esagerata: “Non gente che guarda negli occhi, cos’hai capito! Gente povera, barboni come me ah ah ah!” Era evidente che fosse enormemente ubriaco e che avesse passato gli ultimi giorni, forse mesi o anni, per strada, col suo bicchierino di carta in cui, di solito, al giorno scintillavano dentro non più di 5 euro.

D’un tratto, però, diventò serio. ”Non capiscono che un giorno potrebbero aver bisogno loro di me, perché la fortuna è un vento che soffia sempre verso direzioni diverse” esclamò. “Cristo santo, il denaro è diventato tutto per le persone, lo trattano come il bene più caro che hanno. I soldi rovinano tutto ciò che ci sta intorno, amico!”. Quello schizzato mi aveva talmente colpito che feci scivolare dal mio portafoglio 10 euro e glieli allungai. Mi ringraziò col capo e, tramando leggermente per il freddo, mi spiegò: “Poco lontano da qua c’è un vecchio pensionato che offre posti letto per 10 euro a notte. Se riuscissi a guadagnare tutti i giorni questa somma, potrei dormire al caldo tutte le notti. Il gelo di questo periodo mi sta distruggendo i muscoli, la mattina mi ci vogliono quindici minuti prima di riuscire a camminare”. Gli strinsi la mano e gli lasciai qualche sorso della mia birra, lo salutai e me ne andai.

Il giorno dopo sistemai le cose con la mia ragazza e tornai a dormire nel mio letto di fianco a lei. La mattina le cucinai delle frittelle che le fecero tornare il buon umore. Quando la vidi sorridere, capii che, per il momento, tutto stava procedendo per il verso giusto. In quei giorni lavorai sereno e tranquillo, sapendo che la sera, al mio ritorno a casa, ci sarebbe stata lei ad accogliermi.

Tempo dopo, decisi di portarla fuori a cena, con i soldi che ero riuscito a mettere da parte. Mangiammo in riva e poi la portai a passeggiare sul lungolago. Fu allora che un ragazzo si avvicinò e cercò di rubarle la borsa. La tirò con forza e la strappò dalle mani della mia ragazza e lei dalle mie, facendo volare lei tra i fiori e me sull’asfalto. Io cercai di tenerla, ma fui respinto da una gomitata del criminale, che mi colpì sulla guancia. Partì a correre come un pazzo, mentre io ero per terra dolorante. Riuscii solo a vedere che dietro l’uomo che fuggiva c’era un’altra ombra nera che lo seguiva a ruota. Pensai fosseSenza titolo-1 un complice, mentre mi contorcevo sulla stradina, cercando di raggiungere la mia fidanzata che tentava di rialzarsi. Ci tirammo su a vicenda e ci sedemmo su una panchina, spaventati e disgustati. Mentre la abbracciavo, vidi un uomo uscire dal buio della notte. Era magro, non troppo alto, capelli marroni ordinati e portava una camicia azzurra, che spuntava fuori dalla sua giacca nera. Si fermò qualche secondo di fronte a noi, mentre lo fissavamo immobili, poi allungò la borsa appena rubata e, tra respiri affannati, disse: ”La fortuna è un vento che soffia sempre verso direzioni diverse”. Non aggiunse altro. Si girò e l’oscurità lo inghiottì.

Non sono ancora del tutto sicuro che quell’individuo fosse proprio l’uomo che avevo incontrato tempo prima davanti a quel minimarket, forse nel frattempo si era rimesso a posto, abbastanza da potersi permettere una camicia elegante e un materasso su cui dormire qualche ora dopo una faticosa giornata, o almeno lo speravo. Comunque sia aveva avuto ragione, era arrivato il momento in cui ero stato io quello ad avere bisogno, la situazione si era capovolta. Ed è proprio in queste situazioni, pensai, che la gente rimpiange di non aver fatto del bene o pretende dagli altri qualcosa che non è disposta a fare per loro.

Dopo quanto era accaduto, ero sicuro che qualcosa di bello sarebbe successo anche a lui.

Stefano Iaquinta

#PerNonDimenticare

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi – Se Questo É Un Uomo

L’eroe contemporaneo nella saga di Guerre Stellari

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Siamo abituati a parlare di Star Wars come semplice saga: sei film che narrano la storia di alcuni personaggi sempre alla ricerca di avventure nell’universo, che ha avuto il suo momento di fama nei primi anni settanta, e agli inizi del nuovo millennio grazie ad un’idea visionaria di George Lucas.

In realtà Star Wars non è solo questo. Star Wars può essere confrontato con tantissimi modelli di eroi moderni e antichi. Chi studia il mito, l’epica, si renderà conto che, come può essere considerato Enea un eroe, anche un personaggio come Anakin Skywalker può essere un eroe nella sua epoca.

È di questo oggi che vorrei parlarvi, la visione dell’eroe nel mondo di Star Wars a confronto con l’eroe nei miti dell’antichità.

Uno dei personaggi più accreditati nel campo della mitologia moderna fu Joseph Campbell (1904-1987), uno dei più famosi studiosi di mitologia comparata, secondo il quale tutti i racconti mitologici sono costruiti su di un bagaglio comune d’immagini, simboli e avvenimenti.

“I miti sono nati fra gli uomini in ogni epoca e in ogni parte del mondo ed è a loro che, dobbiamo ogni attività intellettiva e fisica dell’uomo” Sosteneva Campbell.

Pubblicò più libri, il più famoso: “L’eroe dai mille volti” influenzò molto Lucas per la stesura della sceneggiatura dell’intera saga di Guerre Stellari, e lo stesso Campbell, contribuì significativamente alla stesura della stessa.

Campbell sostenne che il passaggio da persona normale ad eroe, per il protagonista della vicenda, era costituito da alcune tappe fondamentali, che sono riconducibili alla figura di Luke Skywalker, rispettivamente nella Trilogia Classica (cronologicamente gli episodi VI, V e IV).

Appello all’avventura: Messaggio olografico spedito da Leila, mediante R2D2, che giunge inaspettatamente a un ignaro Luke –L’aiuto soprannaturale: Obi-Wan interviene a salvare Luke dall’attacco dei predoni Tusken; gli dona la spada laser; prima reticente, il giovane si convince poi a partire, dopo aver scoperto che i suoi zii sono stati uccisi dalle truppe imperiali

Attraversamento della prima soglia: Luke, Obi-Wan e i due droidi si dirigono verso la Morte Nera a bordo del Millenium Falcon, guidato da Han Solo e Chewbacca; i due piloti sono stati reclutati nel malfamato porto spaziale di Mos Eisley, che con i suoi brutti ceffi (alcuni aggrediscono Luke e Han) rappresenta il “guardiano” della prima soglia

Il ventre della balena: Il Millenium Falcon viene catturato dal raggio traente della Morte Nera, ritrovandosi al suo interno: viene ripreso anche il tema del labirinto, poiché i protagonisti non conoscono la fisionomia dell’astronave, fatta di intricati e tortuosi corridoi

Gli ostacoli: I protagonisti affrontano gruppi di truppe imperiali svariate volte, riuscendo infine a giungere alla cella di Leila e a liberarla

L’incontro con la dea: Leila Organa rappresenta la salvezza, la compassione, il premio finale: ma è al tempo stesso decisa e determinata, intraprendente; essa è il simbolo del radioso futuro che attende l’eroe se riuscirà a portare a compimento la sua missione. Si scoprirà poi come essa sia in realtà la sorella di Luke (spesso la dea è infatti la sorella o la madre dell’eroe).

Donna tentatrice:La tentazione è rappresentata dal Lato Oscuro della Forza: più volte si manifesta in tutta la trilogia, ma Luke riesce sempre a resistervi

Incontro con il padre: Il duello con Darth Vader: Luke combatte strenuamente, per giungere poi al momento di riconciliazione e di perdono, quando il padre si sacrifica per salvarlo

Apoteosi: Il cambiamento è interiore (Luke apprende l’uso della Forza, diventa un Jedi) ma anche esteriore: dopo aver perso la spada laser, ne costruisce un’altra, e anche i suoi abiti cambiano, dalla tunica bianco-marrone all’abito nero

Il premio finale: L’Impero è distrutto; Luke è diventato un Maestro Jedi

Rifiuto del ritorno: Luke non vuole abbandonare il padre morente, e si ostina a volerlo portare con sé: sarà proprio Anakin che spingerà il figlio ad andarsene prima che sia troppo tardi

Volo magico: Luke si allontana dalla Morte Nera che sta esplodendo alle sue spalle, scampando alla morte per un pelo; lo stesso pericoloso viaggio è percorso da Lando Clarissan, a bordo del Millenium Falcon, dopo aver colpito il cuore dell’astronave

Aiuto: L’aiuto decisivo è quello dei comandanti dell’Alleanza Ribelle e di Lando Clarissan che, dopo aver tradito Luke e i suoi compagni, è ora il fautore della buona riuscita della missione

La soglia del ritorno: Luke ritorna sulla Luna boscosa di Endor, dove lo attendono i suoi amici. Erige una pira funebre per il corpo del padre, a cui assiste con dolorosa e solitaria sofferenza

Eroe dei due mondi: Luke riesce a vedere, durante i festeggiamenti, i tre fantasmi di Forza dei vecchi Maestri che gli sorridono: Obi-Wan, Yoda e suo padre nelle sembianze del giovane Anakin

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Libero di vivere: Mentre osserva i tre fantasmi, Luke viene abbracciato da Leila, che lo riporta ai festeggiamenti: sorridente, il giovane acconsente, conscio di avere davanti a sé un futuro radioso e pieno di speranza.

Esattamente come in Guerre Stellari, anche nella letteratura la figura dell’eroe seguiva uno schema ben preciso: il caso forse più famoso dell’epica è quello di Enea nell’Eneide di Virgilio. Enea, semidio, figlio di Afrodite e Anchise, si ritrova predestinato a fondare la città di Roma per volere degli Dei. Il tema centrale è il Fato, che ricorre molto spesso nei libri dell’Eneide.

Deve però affrontare mille peripezie, tra le quali la perdita della moglie Creusa durante la fuga da Troia in fiamme. Ella però gli appare sotto forma di fantasma, poco dopo che lui era tornato tra le mura di una Troia ormai distrutta, per annunciargli che non avrebbe dovuto preoccuparsi della sua scomparsa, in quanto, una volta arrivato a Roma, avrebbe fondato la nuova città e si sarebbe nuovamente unito in matrimonio con Lavinia.

La donna tentatrice di Campbell, può essere rappresentata dalla figura di Didone nell’Eneide. Enea e Didone si innamorano, complici sono la sorella Anna e le dee Venere e Giunone. Ella infatti aveva stipulato un voto al marito Sicheo, ormai defunto, ma rotto il suo patto, cede alla passione e i due si innamorano.

Enea, sotto il volere di Zeus, deve ripartire per fondare Roma, abbandonando così Didone, la donna che, facendo innamorare Enea, sarebbe stata la causa del fallimento della missione di Didone.

Enea, una volta ripartito per arrivare alle foci del Tevere, incontra la Sibilla, con la quale scende nel mondo dei morti, da vivo. Lì incontra il padre Anchise, che gli presenta le anime di chi lo avrebbe aiutato a fondare il regno promesso.

Una volta arrivato a Roma e sposata Lavinia, Enea deve affrontare l’ultimo ostacolo, una guerra contro Turno. La guerra si conclude con la morte dell’ultimo, e finalmente i Troiani possono stabilirsi nel Lazio e trascorrere la loro esistenza sul terreno conquistato.

In conclusione però, a sfavore dello schema proposto sopra voglio specificare che oggi ormai non ha più senso chiedersi se esiste un modello letterario assoluto dell’eroe. Uno scrittore che vuole rendere tale il protagonista della sua opera potrà fare riferimento ai tanti esempi offerti dalla tradizione narrativa, ma alla fine capirà che l’unica soluzione è dare una propria interpretazione, prendendo in considerazione i caratteri della realtà in cui vive.

Il guerriero deve però avere delle caratteristiche fondamentali: deve essere forte e coraggioso in modo da elevarsi dal livello dell’uomo comune, ma al di là delle sue doti fisiche ed intellettive risultano particolarmente apprezzate le qualità morali. Queste ultime lo spingono ad essere attivo nel senso positivo del termine, quindi non per il proprio interesse, ma per difendere fino in fondo la causa che ha sposato; se rispetterà questa etica di comportamento rimarrà un eroe anche nella sconfitta e nella morte. Anzi, in questo caso sarò giudicato più valoroso di chi per vincere tradisce la parola data.

– Alessia Leone

Ogni giorno è un inizio.

Ci tenevo a condividere con voi una piccola riflessione su uno sport come la corsa. Per adesso è un semplice post, trovato su internet, link a fondo pagina).


Percepisce l’aria.
La sente, finalmente. Addosso, che si fa strada tra la maglietta sudata e la pelle, portando con sé brividi gelati.
L’ a r i a.
Quella che ti risveglia, una mattina poco soleggiata, colpendoti dritta in viso, sulla pancia, sulle caviglie scoperte. Intorno, la città che si muove a fatica, come qualcuno che si rigira tra le coperte in attesa di essere catapultato fuori, nel mondo, da suoni inumani.
E’ presto, dannatamente presto. I colori del cielo non sembrano nemmeno quelli della solita Milano, quella solita e scontrosa e bella e difficile Milano, desiderata e poi abbandonata da tutti, proprio come molte volte, lei si è sentita.
Ma poi eccola lì, la strada dritta davanti a sé, lo sguardo fisso sull’orizzonte, i piedi che diventano polpacci e i polpacci che diventano busto e il busto braccia e mani e quelle braccia a tagliare in due l’aria, elettrica, palpabile, pesante: aria di vita.
Il movimento in avanti è istintivo, quasi irrefrenabile.
Destro, sinistro, ritmo, sempre più veloce, sempre più forte. I piedi sono saldi a terra. Destro, sinistro, mai insieme, impossibile insieme. “Come noi” pensa distrattamente “come noi due, mai insieme, mai contemporaneamente. Impossibile”.
Il suo respiro comincia a bucare il silenzio della strada, il freddo del mattino gela il fiato che esce dalla bocca socchiusa.
Destro, respiro, sinistro, respiro.
“Tu sei il respiro, io il piede sinistro”. Un pensiero fugace la attraversa ancora, un attimo prima che la sua mente cominci ad azzittirsi davvero e a delegare al corpo le sue virtù.
Lei corre.
Per quanto ancora non lo sa.

Sa di certo però, che questo è solo l’inizio.

Alessia Leone

Nota del 22.01.15 – Posto la fonte del racconto, per tutti i moralisti che sono simpatici quasi quanto il linguaggio in HTML. http://www.runlovers.it/2014/ogni-giorno-e-un-inizio/

Malnutrizione

Pubblico un racconto breve che scrissi tempo fa. Vi chiedo se potete lasciarmi qualche commento ed eventuali critiche. Grazie dell’attenzione e buona lettura.

MALNUTRIZIONE

Ha passato la sua intera vita godendo per le tragedie occorse alle altre persone. Quell’uomo ha sempre saputo che avrebbe dovuto sfruttare la sfortuna che assaliva gli altri e la malvagità che permeava il pianeta, se avesse voluto rimanere in vita. Fino a questo momento è riuscito a sopravvivere solo perché le disgrazie non hanno mai finito di mietere vittime: un incidente d’auto, un suicidio, un licenziamento che distrugge la vita di un uomo. Tutti questi spiacevoli eventi sono il suo pane. Letteralmente. Prendendo la sua forza dai tragici eventi accaduti agli altri, questo parassita della società è stato mantenuto in vita, ma ora sta morendo. Sta morendo perché oggi non è stato in grado di schivare la bellezza e le persone felici come ha sempre fatto; sta morendo perché l’allegria delle altre persone lo sta prosciugando, consumando la sua psiche e il suo corpo. L’allegria e la spensieratezza lo hanno circondato e lo stanno assalendo semplicemente per sbadataggine: non ha controllato il calendario prima di uscire di casa per la passeggiata quotidiana e il parco cittadino, il 14 febbraio – San Valentino – non è un posto che un uomo come lui dovrebbe frequentare. Non aveva mai visto niente di più disgustoso delle scene che ora si trova a dover affrontare: ragazzi che si abbracciano, che si baciano, che si scambiano regali. Alle terribili visioni si somma anche la sopportazione di un formicolio incessante per tutto il corpo. Fin dalla prima volta che l’aveva provato, quel fastidio era stato per lui un segnale ben preciso: tutti i suoi organi, le sue ossa e i suoi muscoli lo avrebbero avvisato del gradiente di felicità presente nelle vicinanze e lo avrebbero spinto ad allontanarsene, come se non solo la persona stessa, ma anche tutti gli orridi componenti, avessero voluto salvarsi nelle situazioni di pericolo date dal benessere altrui. In questo momento, il formicolio è insopportabile e, per quanto quell’uomo voglia mettersi in salvo, ovunque volga lo sguardo, non vede che volti pieni di gioia. << C’è forse qualcosa di peggio? >> si chiede, mentre accelera il passo per scappare da quel luogo al più presto. Ha bisogno di assumere infelicità. Subito. Si accontenterebbe di un senzatetto sdraiato su una panchina che gli dia la forza per raggiungere la propria casa. Solo un vagabondo, un incidente, il pianto di un bambino. Ma niente di quello che spera si realizza.  << È solo un incubo, non è vero? >> continua a ripetersi nella sua testa sempre più forte, furioso e preoccupato al contempo, poiché non riesce a procurarsi quel poco di sfortuna che tanto desidera in questo frangente. Deve preservarsi dall’influenza dell’allegria, ma come? Anche se cammina con gli occhi puntati verso il terreno, le risate continuano ad essere percepite dalle orecchie e non potrebbe proteggere queste ultime con le mani: infatti il suo corpo sta iniziando a sgretolarsi per la presenza ossessiva dell’allegria dei suoi nemici. Le mani cominciano a desquamarsi e lui non vuole attirare su di sé più occhi del necessario. Mentre tenta di allungare sempre più il passo, cade sulle ginocchia. La vista si offusca. La felicità lo sta aggredendo lentamente ed implacabilmente, come la ruggine aggredisce un pezzo di metallo. << Basta, per favore, basta! >>. Deve trovare una via di fuga da quell’inferno in terra. Con un ultimo slancio, camminando ingobbito, quasi gattonando, si avvia verso il cancello. Getta uno sguardo alla mano destra: la pelle si sta staccando più vistosamente di prima, le unghie stanno cadendo. Gli serve un’overdose di tragici eventi, adesso. <<Mi basta una persona triste. Solamente una persona triste e starò meglio>>. Zoppicando, si porta una mano alla pancia; percepisce il progressivo scioglimento del fegato e di parte dell’intestino. Incredibilmente, nonostante stia barcollando vistosamente, le sue gambe tremolanti riescono a portarlo alla meta: l’agognato cancello di quel posto dannato. Ora è libero, ma le sue fedeli estremità lo tradiscono: l’abietto cade e sbatte la testa contro il marciapiede. Una ragazza che ha assistito alla scena gli si avvicina e, appoggiando una mano sul cappotto dell’uomo, chiede: << Signore, va tutto bene? >>. Quel sincero sentimento di ansia e preoccupazione è la morte del parassita: la ragazza urla mentre sente il corpo dell’uomo liquefarsi sotto la propria mano e lasciare al suo posto un putrido ammasso di materia grigiastra. Quell’uomo che aveva da sempre detestato la bellezza e tutto ciò che fosse felice e giusto nel mondo, è morto per un ultimo atto di carità.

Milo Balzaretti

Opinione

Ciao! Vi invio anche io la mia opinione 🙂

In molti, come giusto e doveroso fare, hanno in questi giorni sottolineato l’importanza della libertà di pensiero e opinione. Forse però è opportuno chiedersi fino a che punto noi la possediamo.

Certo, la differenza fra occidente e paesi fondamentalisti è enorme, ma ritenersi immuni dalla censura è l’errore più grande che si possa fare.

Per capire meglio osservate  una fotografia dei primi del ‘900 di Milano, o leggete una descrizione delle Palermo dei tempi andati, e confrontatela con quella di oggi. La differenza è abissale, troverete che le città italiane odierne sono più simili a quelle americane (ma anche Francesi, Inglesi) contemporanee di quanto non assomiglino alle loro antenate del secolo scorso. E non parlo degli edifici storici, che ancora resistono, ma delle persone, le loro abitudini. Lo si nota specie nel vestire, che è l’oggetto di maggiore importanza, insieme al corpo, nella società contemporanea. Siamo sempre più uguali agli altri. E ciò avviene perché l’uomo, che da sempre ha voluto essere simili ai suoi vicini, sentirsi parte di un gruppo, ha scoperto vicini gli abitanti di tutto l’enorme paese in cui esiste internet. Pena di questo è la mancanza di diversità, che è il frutto della Libertà. Questo nostro desiderio di omologazione ci spinge quindi a limitarci in nome del gruppo, della massa, e qui avviene la censura, che è autocensura. Vedete, contro i lacci di un dittatore ci si può dibattere, contro se stessi è più difficile, tutt’al più quando si nega la situazione. Non che questo avvenga a livelli macroscopici, a tutti viene data la possibilità di pubblicare qualsiasi opinione su internet e godere dei famosi 20 minuti di popolarità, ma a livello microscopico questo si fa più evidente. Siamo sempre più assordati dal brusio dei tanti e per comodità andiamo dove porta la corrente. Pena l’aborto di ogni intenzione contraria e con essa la libertà di esprimerla.

Credo che questi momenti possano essere un’occasione per chiedersi dove stiamo andando, se  sfruttiamo veramente la libertà che abbiamo, se non dobbiamo riprendere i rapporti con noi stessi, prima che con le masse.

Isacco – Posta dei lettori

Un minuto di silenzio

Ore 10.53, al Liceo Giovio suona l’intervallo. Più di mille persone si riuniscono nel cortile ed altrettante si affacciano alle finestre: sono studenti, insegnanti, sono persone che vogliono ricordare in un minuto di silenzio, con una matita in mano, che ogni persona ha il diritto inviolabile di avere un’opinione, che nessuna persona può sentirsi più importante e togliere ad altri questo diritto.

L’attentato di ieri alla redazione di Charlie Hebdo, deve fare riflettere. Nessuno è schiavo di qualcun altro. Dobbiamo difendere la nostra libertà di pensiero e combattere per essa.

Alessia Leone

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