Alba (OS)

Mi trovo qui, a fissare il soffitto bianco sopra di me. La stanza porta ancora i segni di quello che abbiamo fatto poche ore fa: i vestiti sparsi per terra, le tende socchiuse, e lui accanto a me che dorme come un angelo. 
Le prime luci entrano dalla finestra, ma dovrà passare ancora qualche ora prima dell’alba. Io sono sveglia, la testa che fa male, i pensieri che ribollono dentro ad essa.
Allungo la mano sul comodino, afferro il mio telefono. Ore 4.30, controllo velocemente il mio profilo. Pochi secondi dopo ricevo un suo messaggio:
 
“Vuoi vedere una bella cosa, dolcezza?” 
 
Rispondo di si, non è la prima volta che mi trova sveglia. 
 
“Alla spiaggia, prendi qualcosa per coprirti… Ti farò vedere una cosa fantastica.” Recita il secondo messaggio.
 
Silenziosamente, osservo l’uomo di fianco a me che dorme, e mi alzo dal letto, raccogliendo le mie cose. Dopo essermi vestita, raccolgo e sistemo i suoi vestiti sulla sedia accanto al letto. Lascio un piccolo messaggio accanto al suo telefono, ed esco senza scarpe, per evitare di svegliarlo. 
In pochi minuti sono nella hall dell’hotel, e uscendo, percorro quella strada che mi porta alla spiaggia. Le vie sono vuote. Più che normale, sono io l’unica a svegliarsi così presto. Arrivo alla spiaggia, e seduto a un tavolino, con una sigaretta tra le dita e il telefono in mano trovo lui. Il migliore amico, quello che c’è sempre nei momenti di bisogno. 
 
“Ben svegliata dolcezza, come stai?”
“Confusa, dolorante… Sai… com’è..”
“Immagino.. Sigaretta?” Chiede porgendo  il pacchetto.
“Mi conosci troppo bene” rispondo prendendo l’accendino sul tavolo e accendendola. Ho smesso di fumare da un po’, quasi 5 anni, ma una sigaretta ogni tanto non si rifiuta. Non hanno più lo stesso effetto su di me.
 Mi siedo con lui e chiacchieriamo un paio di minuti, giusto il tempo di terminarla. La spegniamo entrambi nel posacenere. 
“Cosa dovevi farmi vedere?” 
“Andiamo…” 
 
Il cielo comincia a farsi più chiaro.. Credo di aver capito cosa vuole farmi vedere. Siamo al mare, cosa può esserci di meglio dell’alba? E i miei sospetti sono fondati, mi invita a salire sul pedalò che si trova già a riva. Tolgo le scarpe e salgo, cercando goffamente di non cadere. Lui stende il telo dietro di noi, e cominciamo a pedalare. Pochi minuti dopo, siamo già lontani dalla costa. Sembra il paradiso. Intorno a noi c’è solo il suono delle onde contro il pedalò. L’aria è tiepida. In una mattina di luglio… Ci spostiamo più indietro, nessuno parla. Restiamo abbracciati con le coperte fino a che l’alba non è davanti ai nostri occhi. 
 
“Non è bellissimo?” Sussurra accanto alle mie orecchie.
“Già… Non ne avevo mai vista una così.. Mi ero accontentata di vederla dalla finestra” 
 
Restiamo abbracciati un bel po’, finché esclamo:
“È meglio che torni in albergo.. Non vorrei che pensasse male di me..”
“Già..”
 
Così ritorniamo velocemente a riva.
Arrivati al chiosco dove ci siamo incontrati lui esclama:
 
“Ci vediamo a colazione dolcezza”
“Dovremmo farlo più spesso, uscire fuori.. Senza i postumi della serata però.”
“Sarà fatto dolcezza. Quando vuoi”
 
È detto questo si avvicina a lasciarmi un dolce bacio sulle labbra. Rimango sorpresa ma avverto molteplici sensazioni di benessere nello stomaco, lo lascio continuare. 
 
“Ci vediamo” esclamo
 
È detto questo mi giro e ripercorro la mia strada fino in albergo. Nella hall trovo già qualche persona, ma senza farmi notare mi affretto all’ascensore e raggiungo il mio piano. Entro in camera silenziosamente e noto che lui dorme ancora; come quando l’ho lasciato. 
Non torno a letto, semplicemente mi siedo sulla terrazza, e osservando lontano, osservando l’alba, e ripenso all’accaduto, mi addormento con il sorriso sulle labbra.

Un piccolo racconto che scrissi qualche annetto fa. Fatti, personaggi e riferimenti sono puramente casuali.

Alessia Leone
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La fortuna è un vento che soffia sempre verso direzioni diverse

Ero uscito di casa sbattendo forte la porta. Le avevo mentito un’altra volta e lei se n’era accorta. Non mi aveva cacciato, ero stato io a volermene andare, per farla riflettere un po’ da sola. Avevo passato quegli ultimi tre giorni dormendo in macchina, la sera mangiavo nei fast food e a mezzogiorno scatolette di tonno se avevo fame, se no saltavo la pausa pranzo e rimanevo a stomaco vuoto fino alle otto. Lavoravo male, ero distratto e il mio superiore aveva più volte minacciato di licenziarmi. La notte passavo ore o e ore a fissare la luna dall’interno della mia auto, senza riuscire davvero a prendere sonno. La sera del quarto giorno decisi di cambiare programmi, perché nel fast food in cui stavo andando vidi i miei genitori e, non volendo che mi vedessero in quello stato, feci inversione, imboccando la strada che usciva dal parcheggio. Mi tornò alla mente, dirigendomi poi verso il minimarket più vicino, quando quella sera di cinque anni fa tornai a casa e mia mamma mi disse: “Vieni subito qui che ti devo parlare! Non stai mai in casa, non ti riposi mai e dormi poco! Guarda che faccia c’hai!” “Cosa? Cos’ha la mia faccia che non va?” “Ma come non ti accorgi delle occhiaia che hai? Sei pallido e hai un livido sotto l’occhio… A proposito, come te lo sei fatto vorrei sapere”. Io mi fissai a lungo rendendomi sempre più conto che mia madre aveva ragione. E ora guardavo quella stessa faccia, rifessa nel finestrino di quella macchina che a quel tempo desideravo. Fermo, nel parcheggio del market.

Senza titolo-2Entrai e presi una bottiglia di San Miguel e due panini, poi uscii e mi sedetti su una panchina poco distante. Stavo addentando quello al prosciutto quando sentii una voce provenire dalla notte: “Sai cosa dicono in giro? Che la generosità è egoismo”. Mi girai di scatto spaventato, cercando di capire da dove provenisse quella strana voce. “Cosa ne pensi, amico?” udii ancora, mentre vidi che si stavano muovendo dei cartoni, nell’atrio del condominio che avevo alle mie spalle. Era un barbone che si era appena svegliato, aveva una cinquantina d’anni, magro, con i capelli marroni scombinati e la barba incolta. Colpì forte il cartone che aveva sopra di lui e che usava come coperta, scaraventandolo 2 metri più in là. Notai che aveva addosso una camicia di flanella nera e verde, stropicciata e sporca di terra e cenere. “Allora?” mi chiese di nuovo. “N-n-non lo so, può essere” balbettai. “Può essere? Può essere! Certo che può essere!”. Allora domandai incuriosito: “Cosa intendi di preciso?” “Intendo che se tu sei gentile con il prossimo, lo fai solo perché, se non lo facessi, staresti male con te stesso, lo fai per fare un favore a te.” “Mmmh forse hai ragione. Nessuno fa favori senza avere nulla in cambio” “Ma sai cosa ti dico? Sarebbe meglio per me se fosse davvero così ah ah ah!” e scoppiò in una calorosa risata. Dopo un rumoroso sospiro si alzò e, stirandosi le ossa, continuò: “Ma ora le persone hanno smesso persino di essere generose, il che vuol dire «doppio egoismo». Se ne stanno chiusi nel loro sicuro, accogliente e piccolo mondo di merda e quando incrociano il mio sguardo, girano la faccia, perché nel loro sicuro, accogliente e piccolo mondo di merda non c’è spazio per gente come me”. Restammo entrambi un attimo in silenzio, guardandoci attorno. Poi lui esplose in una seconda ristata esagerata: “Non gente che guarda negli occhi, cos’hai capito! Gente povera, barboni come me ah ah ah!” Era evidente che fosse enormemente ubriaco e che avesse passato gli ultimi giorni, forse mesi o anni, per strada, col suo bicchierino di carta in cui, di solito, al giorno scintillavano dentro non più di 5 euro.

D’un tratto, però, diventò serio. ”Non capiscono che un giorno potrebbero aver bisogno loro di me, perché la fortuna è un vento che soffia sempre verso direzioni diverse” esclamò. “Cristo santo, il denaro è diventato tutto per le persone, lo trattano come il bene più caro che hanno. I soldi rovinano tutto ciò che ci sta intorno, amico!”. Quello schizzato mi aveva talmente colpito che feci scivolare dal mio portafoglio 10 euro e glieli allungai. Mi ringraziò col capo e, tramando leggermente per il freddo, mi spiegò: “Poco lontano da qua c’è un vecchio pensionato che offre posti letto per 10 euro a notte. Se riuscissi a guadagnare tutti i giorni questa somma, potrei dormire al caldo tutte le notti. Il gelo di questo periodo mi sta distruggendo i muscoli, la mattina mi ci vogliono quindici minuti prima di riuscire a camminare”. Gli strinsi la mano e gli lasciai qualche sorso della mia birra, lo salutai e me ne andai.

Il giorno dopo sistemai le cose con la mia ragazza e tornai a dormire nel mio letto di fianco a lei. La mattina le cucinai delle frittelle che le fecero tornare il buon umore. Quando la vidi sorridere, capii che, per il momento, tutto stava procedendo per il verso giusto. In quei giorni lavorai sereno e tranquillo, sapendo che la sera, al mio ritorno a casa, ci sarebbe stata lei ad accogliermi.

Tempo dopo, decisi di portarla fuori a cena, con i soldi che ero riuscito a mettere da parte. Mangiammo in riva e poi la portai a passeggiare sul lungolago. Fu allora che un ragazzo si avvicinò e cercò di rubarle la borsa. La tirò con forza e la strappò dalle mani della mia ragazza e lei dalle mie, facendo volare lei tra i fiori e me sull’asfalto. Io cercai di tenerla, ma fui respinto da una gomitata del criminale, che mi colpì sulla guancia. Partì a correre come un pazzo, mentre io ero per terra dolorante. Riuscii solo a vedere che dietro l’uomo che fuggiva c’era un’altra ombra nera che lo seguiva a ruota. Pensai fosseSenza titolo-1 un complice, mentre mi contorcevo sulla stradina, cercando di raggiungere la mia fidanzata che tentava di rialzarsi. Ci tirammo su a vicenda e ci sedemmo su una panchina, spaventati e disgustati. Mentre la abbracciavo, vidi un uomo uscire dal buio della notte. Era magro, non troppo alto, capelli marroni ordinati e portava una camicia azzurra, che spuntava fuori dalla sua giacca nera. Si fermò qualche secondo di fronte a noi, mentre lo fissavamo immobili, poi allungò la borsa appena rubata e, tra respiri affannati, disse: ”La fortuna è un vento che soffia sempre verso direzioni diverse”. Non aggiunse altro. Si girò e l’oscurità lo inghiottì.

Non sono ancora del tutto sicuro che quell’individuo fosse proprio l’uomo che avevo incontrato tempo prima davanti a quel minimarket, forse nel frattempo si era rimesso a posto, abbastanza da potersi permettere una camicia elegante e un materasso su cui dormire qualche ora dopo una faticosa giornata, o almeno lo speravo. Comunque sia aveva avuto ragione, era arrivato il momento in cui ero stato io quello ad avere bisogno, la situazione si era capovolta. Ed è proprio in queste situazioni, pensai, che la gente rimpiange di non aver fatto del bene o pretende dagli altri qualcosa che non è disposta a fare per loro.

Dopo quanto era accaduto, ero sicuro che qualcosa di bello sarebbe successo anche a lui.

Stefano Iaquinta

Ogni giorno è un inizio.

Ci tenevo a condividere con voi una piccola riflessione su uno sport come la corsa. Per adesso è un semplice post, trovato su internet, link a fondo pagina).


Percepisce l’aria.
La sente, finalmente. Addosso, che si fa strada tra la maglietta sudata e la pelle, portando con sé brividi gelati.
L’ a r i a.
Quella che ti risveglia, una mattina poco soleggiata, colpendoti dritta in viso, sulla pancia, sulle caviglie scoperte. Intorno, la città che si muove a fatica, come qualcuno che si rigira tra le coperte in attesa di essere catapultato fuori, nel mondo, da suoni inumani.
E’ presto, dannatamente presto. I colori del cielo non sembrano nemmeno quelli della solita Milano, quella solita e scontrosa e bella e difficile Milano, desiderata e poi abbandonata da tutti, proprio come molte volte, lei si è sentita.
Ma poi eccola lì, la strada dritta davanti a sé, lo sguardo fisso sull’orizzonte, i piedi che diventano polpacci e i polpacci che diventano busto e il busto braccia e mani e quelle braccia a tagliare in due l’aria, elettrica, palpabile, pesante: aria di vita.
Il movimento in avanti è istintivo, quasi irrefrenabile.
Destro, sinistro, ritmo, sempre più veloce, sempre più forte. I piedi sono saldi a terra. Destro, sinistro, mai insieme, impossibile insieme. “Come noi” pensa distrattamente “come noi due, mai insieme, mai contemporaneamente. Impossibile”.
Il suo respiro comincia a bucare il silenzio della strada, il freddo del mattino gela il fiato che esce dalla bocca socchiusa.
Destro, respiro, sinistro, respiro.
“Tu sei il respiro, io il piede sinistro”. Un pensiero fugace la attraversa ancora, un attimo prima che la sua mente cominci ad azzittirsi davvero e a delegare al corpo le sue virtù.
Lei corre.
Per quanto ancora non lo sa.

Sa di certo però, che questo è solo l’inizio.

Alessia Leone

Nota del 22.01.15 – Posto la fonte del racconto, per tutti i moralisti che sono simpatici quasi quanto il linguaggio in HTML. http://www.runlovers.it/2014/ogni-giorno-e-un-inizio/

Malnutrizione

Pubblico un racconto breve che scrissi tempo fa. Vi chiedo se potete lasciarmi qualche commento ed eventuali critiche. Grazie dell’attenzione e buona lettura.

MALNUTRIZIONE

Ha passato la sua intera vita godendo per le tragedie occorse alle altre persone. Quell’uomo ha sempre saputo che avrebbe dovuto sfruttare la sfortuna che assaliva gli altri e la malvagità che permeava il pianeta, se avesse voluto rimanere in vita. Fino a questo momento è riuscito a sopravvivere solo perché le disgrazie non hanno mai finito di mietere vittime: un incidente d’auto, un suicidio, un licenziamento che distrugge la vita di un uomo. Tutti questi spiacevoli eventi sono il suo pane. Letteralmente. Prendendo la sua forza dai tragici eventi accaduti agli altri, questo parassita della società è stato mantenuto in vita, ma ora sta morendo. Sta morendo perché oggi non è stato in grado di schivare la bellezza e le persone felici come ha sempre fatto; sta morendo perché l’allegria delle altre persone lo sta prosciugando, consumando la sua psiche e il suo corpo. L’allegria e la spensieratezza lo hanno circondato e lo stanno assalendo semplicemente per sbadataggine: non ha controllato il calendario prima di uscire di casa per la passeggiata quotidiana e il parco cittadino, il 14 febbraio – San Valentino – non è un posto che un uomo come lui dovrebbe frequentare. Non aveva mai visto niente di più disgustoso delle scene che ora si trova a dover affrontare: ragazzi che si abbracciano, che si baciano, che si scambiano regali. Alle terribili visioni si somma anche la sopportazione di un formicolio incessante per tutto il corpo. Fin dalla prima volta che l’aveva provato, quel fastidio era stato per lui un segnale ben preciso: tutti i suoi organi, le sue ossa e i suoi muscoli lo avrebbero avvisato del gradiente di felicità presente nelle vicinanze e lo avrebbero spinto ad allontanarsene, come se non solo la persona stessa, ma anche tutti gli orridi componenti, avessero voluto salvarsi nelle situazioni di pericolo date dal benessere altrui. In questo momento, il formicolio è insopportabile e, per quanto quell’uomo voglia mettersi in salvo, ovunque volga lo sguardo, non vede che volti pieni di gioia. << C’è forse qualcosa di peggio? >> si chiede, mentre accelera il passo per scappare da quel luogo al più presto. Ha bisogno di assumere infelicità. Subito. Si accontenterebbe di un senzatetto sdraiato su una panchina che gli dia la forza per raggiungere la propria casa. Solo un vagabondo, un incidente, il pianto di un bambino. Ma niente di quello che spera si realizza.  << È solo un incubo, non è vero? >> continua a ripetersi nella sua testa sempre più forte, furioso e preoccupato al contempo, poiché non riesce a procurarsi quel poco di sfortuna che tanto desidera in questo frangente. Deve preservarsi dall’influenza dell’allegria, ma come? Anche se cammina con gli occhi puntati verso il terreno, le risate continuano ad essere percepite dalle orecchie e non potrebbe proteggere queste ultime con le mani: infatti il suo corpo sta iniziando a sgretolarsi per la presenza ossessiva dell’allegria dei suoi nemici. Le mani cominciano a desquamarsi e lui non vuole attirare su di sé più occhi del necessario. Mentre tenta di allungare sempre più il passo, cade sulle ginocchia. La vista si offusca. La felicità lo sta aggredendo lentamente ed implacabilmente, come la ruggine aggredisce un pezzo di metallo. << Basta, per favore, basta! >>. Deve trovare una via di fuga da quell’inferno in terra. Con un ultimo slancio, camminando ingobbito, quasi gattonando, si avvia verso il cancello. Getta uno sguardo alla mano destra: la pelle si sta staccando più vistosamente di prima, le unghie stanno cadendo. Gli serve un’overdose di tragici eventi, adesso. <<Mi basta una persona triste. Solamente una persona triste e starò meglio>>. Zoppicando, si porta una mano alla pancia; percepisce il progressivo scioglimento del fegato e di parte dell’intestino. Incredibilmente, nonostante stia barcollando vistosamente, le sue gambe tremolanti riescono a portarlo alla meta: l’agognato cancello di quel posto dannato. Ora è libero, ma le sue fedeli estremità lo tradiscono: l’abietto cade e sbatte la testa contro il marciapiede. Una ragazza che ha assistito alla scena gli si avvicina e, appoggiando una mano sul cappotto dell’uomo, chiede: << Signore, va tutto bene? >>. Quel sincero sentimento di ansia e preoccupazione è la morte del parassita: la ragazza urla mentre sente il corpo dell’uomo liquefarsi sotto la propria mano e lasciare al suo posto un putrido ammasso di materia grigiastra. Quell’uomo che aveva da sempre detestato la bellezza e tutto ciò che fosse felice e giusto nel mondo, è morto per un ultimo atto di carità.

Milo Balzaretti